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Il codice atlantico di Leonardo da Vinci

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Il Codice Atlantico, senza dubbio il più famoso dei manoscritti vinciani, si compone di scritti e disegni che abbracciano un periodo di oltre quarant’anni, dal 1478 al 1519, gli anni nei quali il genio di Leonardo ebbe compiutamente modo di esprimersi. I temi trattati sono i più vari: arte militare, fisica, idraulica, astronomia, geometria, progettazione di macchine per uso civile, architettura, pittura.

Il Codice così come noi lo conosciamo è dovuto all’intraprendenza dello scultore Pompeo Leoni (1533-1608), grande collezionista d’arte, che attorno al 1588 convinse il conte Melzi, nipote di quel Francesco Melzi amico ed erede di Leonardo, a cedergli gran parte dei fogli manoscritti di Leonardo da Vinci in suo possesso. Con l’intento di dare maggiore rilievo alla raccolta decise di scomporre i fogli originali per formare un volume di maggior mole, nel quale potessero trovare posto tutti i 1119 fogli di piccole e grandi dimensioni in suo possesso. Il Codice fu poi definito “Atlantico” proprio per la sua mole. Non ci è dato sapere se la composizione del Codice Atlantico sia stata compiuta a Milano o in Spagna, dove il Leoni spesso soggiornava essendo al pari di suo padre, Leone Leoni, lo scultore prediletto di Filippo II: la legatura del volume, che potrebbe ritenersi lavoro spagnolo, non esclude questa seconda ipotesi. In ogni caso il Codice Atlantico fu riportato in Italia verso il 1604, quando Pompeo Leoni tornò a Milano, dove sarebbe morto quattro anni dopo. Alla sua morte la grande raccolta pervenne in eredità al milanese Cleodoro Calchi, genero del Leoni, il quale ebbe a cederlo per una forte somma al conte Galeazzo Arconati, il quale, nel 1637, ne fece dono alla Biblioteca Ambrosiana (la donazione è ricordata con una lapide posta nella Biblioteca).

Il Codice Atlantico rimase custodito nella Biblioteca Ambrosiana sino al 1796. In quell’anno venne requisita e trasferita a Parigi in seguito alla conquista di Milano da parte di Napoleone e rimase al Louvre per 17 anni, fino quando il Congresso di Vienna non sancì la restituzione di tutti i beni artistici trafugati dal Bonaparte ai legittimi paesi di appartenenza. Un curioso aneddoto racconta che l’emissario per la restituzione delle opere d’arte nominato dalla casa d’Austria avesse scambiato il prezioso volume per un manoscritto in cinese a causa della tipica grafia inversa del Maestro: fu solo grazie all’intervento del celebre scultore Antonio Canova, emissario dello Stato Pontificio, che il Codice Atlantico fu infine incluso tra i beni da restituire all’Ambrossiana, sua sede naturale dove è conservato ancora oggi.
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Nel 1968 il Codice venne sottoposto a un’imponente opera di restauro presso il monastero di Grottaferrata nel Lazio, durante il quale venne rilegato in dodici massicci volumi. Questa scelta comportò diversi problemi conservativi e di studio in quanto, per poter effettuare analisi comparative dei fogli, era necessario consultare più volumi contemporaneamente oppure dover esaminare più disegni posti in punti diversi dello stesso tomo.

Per superare queste oggettive difficoltà, nel 2008 il Collegio dei Dottori dell’Ambrosiana presieduto dal Prefetto Monsignor Franco Buzzi e in sinergia con la Fondazione Cardinale Federico Borromeo, decide di avviare un’epocale operazione di sfascicolatura dei 12 volumi del Codice e il posizionamento dei singoli fogli all’interno di passepartout appositamente studiati per garantirne la migliore conservazione e allo stesso tempo per facilitarne l’esposizione. Contestualmente, viene intrapreso un grandioso progetto di esposizione dell’intero corpus della raccolta a sostegno e promozione dei beni e delle attività della Veneranda Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana: a partire da settembre 2009 e per sei anni fino al 2015 in occasione dell’EXPO, i fogli saranno esposti a rotazione in mostre tematiche della durata di tre mesi. Per l’evento vengono scelte due sedi d’eccezione: la Sacrestia del Bramante vero e proprio gioiello di architettura rinascimentale nel Convento di Santa Maria delle Grazie, dove si trova anche il Cenacolo, e la suggestiva Sala Federiciana della Biblioteca Ambrosiana, aperta al pubblico per l’occasione.

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