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ERMANNO THUMB
Ermanno Foroni
BIOGRAFIA Ermanno Foroni nasce a Reggio Emilia nel 1958. Da subito pone particolare attenzione ai temi sociali dell’emarginazione, dello sfruttamento del lavoro minorile e della condizione femminile. Nel 1986 , un viaggio in Brasile trasforma l’interesse per la fotografia in ... Biografia completa di Ermanno Foroni

BIOGRAFIA

Ermanno Foroni nasce a Reggio Emilia nel 1958. Da subito pone particolare attenzione ai temi sociali dell’emarginazione, dello sfruttamento del lavoro minorile e della condizione femminile. Nel 1986 , un viaggio in Brasile trasforma l’interesse per la fotografia in passione ed impegno sociale. Seguono, negli anni successivi, vari reportage in diversi luoghi del pianeta: Brasile, Napoli, Sarajevo, Sooweto, Varanasi (India), Nazaré (Portogallo), Sanà (Yemen), …ecc. Da queste esperienze sono nate diverse pubblicazioni: “La fatica di vivere” (Monografia FIAF), “Uomini senza” (UNESCO), “I colori del nero” (Diocesi di Reggio Emilia), “Sighetu Marmatiei: il ritorno del sogno” (CISL di Reggio Emilia), “Afganistan” (Comune di Casalgrande). Sua è anche la copertina del libro: “Korogocho. Alla scuola dei poveri” di padre Alex Zanotelli pubblicato da Feltrinelli. Ha esposto in numerose mostre personali e collettive.

NOTA CRITICA

C’è ancora un motivo per la fotografia di reportage? C’è uno sbocco? C’è un interesse comune? Questa non vuol essere una difesa, ma una breve riflessione su  di un filone espressivo che ha avuto il suo fulgore nei decenni in cui la stampa accoglieva i reportage fotografici come testimonianza di eventi non diversamente comunicabili. Gli articoli, ovvero le parole, non sono quasi mai sufficienti ad esprimere impressioni e realtà che, per la loro complessità hanno bisogno di essere “visti”, se non dal vivo almeno da quella “impressione del vivo” che la fotografia riesce ad essere e dare.
Occorrono per questa funzione di testimonianza fotografi, uomini e donne, che rispetto agli altri sono come strumenti tarati in modo diverso. Misurano ciò che vedono da angoli visuali che si appoggiano sulla loro personale concezione critica del mondo. In molti di questi fotografi spirito di avventura, curiosità e onestà, e il senso di missione che danno al loro lavoro sono le caratteristiche principali. Qui sta la loro credibilità e qui c’è il riscontro dell’interesse del pubblico per i fatti ed i temi che vengono mostrati.
Il motivo per cui il reportage ha perso interesse immediato per le pagine della stampa lo conosciamo: basta guardare un telegiornale per vedere come eventi di rilevanza mondiale vengano raccontati a parole dette, con il sottofondo di brevi sequenze filmiche che si ripetono addirittura più volte durante l’esposizione verbale e magari riguardano fatti marginali o sono, capita anche questo, filmati di repertorio, o brani di situazioni diverse o fors’anche invenzioni visive create per l’occasione.
Non per niente qualcuno, e non ultimi noi, abbiamo cercato prima di imparare e poi di insegnare la lettura delle immagini fisse o in movimento, per capirne le verità e le
mistificazioni. E dato che siamo nel sistema delle “comunicazioni”, per recepirne i messaggi veri distinguendoli dai falsi. La figura del fotoreporter ha assunto nel corso dei tempi le più svariate configurazioni, dal paparazzo all’inviato speciale, dal free lance al testimonial e loro sfumature. La questione etica è importante, non per niente un fotografo di forte calibro morale, Gianni Berengo Gardin, applica dietro alle proprie fotografie un timbro che afferma l’opera “non inventata o creata al computer”. Il reportage, ovunque sia
fatto e qualsiasi argomento tratti, deve essere vissuto in prima persona e riportato nella sua integrità documentaria e concettuale. Deve, così ci si aspetta, far fede.
E’ questo il modo di lavorare di Ermanno Foroni. Il suo modo di essere fotografo motiva questo articolo. Ermanno forse, per quanto detto sopra, arriva al grande
reportage in tempi un po’ consumati. Ma la sua vocazione è più prepotente dei tempi.
E se i settimanali quali Life e da noi, Epoca, Tempo, l’Europeo, Il mondo, non ci sono più, oggi resta il ricordo della loro azione nelle proposte di grandi servizi fotografici. Restano le fotografie e, per loro, i libri e le mostre. La nostra cultura li esige.  Ne abbiamo bisogno come abbiamo bisogno della memoria per dare giustificazione al presente e scopo al futuro. Dobbiamo continuare su questa strada, per non addormentarci sempre e supinamente in effimere illusioni colorate, droghe di forme e di sensazioni, nelle quali dimenticare quanto c’è dentro a nomi geografici quali Brasile, Bolivia, Afghanistan, Salvador, Romania, Palestina, India, Bangladesh.
Intorno al 1985 Ermanno ha iniziato a fotografare, per istinto e non per professionismo. Ad alcuni di noi “lettori” di portfolio è sortito “leggere”suoi reportage, entrare nello stato d’animo che lo ha guidato nel suo fotografare e dirgli che ci sono ancora spazi. Si, ci sono, perché nessuno è indifferente, perché come lui “all’improvviso ti trovi dinanzi un uomo incrostato di terra, ma finalmente eretto, incapace di sorridere, ma sgravato del basto9”, perché “dove un tempo sbarcavano i predatori di metalli preziosi, oggi scopri una nuova razza, che si accampa e vive degli avanzi marcescenti della civiltà metropolita”, perché “in Afghanistan si impara presto che l’integrità fisica può essere un lusso”, perché, perché, perché?

Chi deve rispondere? In fondo noi spettatori, noi coro, siamo dentro ad un processo dove c’è il testimone che porta le prove ma manca il giudice e manca l’imputato.
Forse siamo noi spettatori, noi coro, a dover svolgere quelle funzioni, a farcene carico. Ecco il motivo per cui il reportage ha ancora senso, ecco perché le mostre e i libri come “Uomini senza” devono essere visti, ed ecco perché tra tanti balocchi e profumi che ci riempiono gli occhi la fotografia invece, in certi casi, può aprirceli.

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